Quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso

Ansia, mal di schiena e respirazione diaframmatica

Mal di schiena sul lato destro e si arrende

To browse Academia. Skip to main content. You're using an out-of-date version of Internet Explorer. Log In Sign Up. Il libro del respiro. Gian Balsamo. Il testo del papiro ci è pervenuto in caratteri ieratici.

Nel dare alle stampe la traduzione del papiro, la prima ad apparire in lingua italiana da un secolo a questa parte, abbiamo ritenuto opportuno premettervi il resoconto degli incidenti verificatisi tra il e il nel corso del lavoro di traduzione. Dapprincipio il traduttore ha lavorato al manoscritto di t s'aï n sensen conservato al Museo di Berlino nella cosiddetta Trascrizione Brugsch; più tardi ha adottato il manoscritto no conservato al Museo del Louvre di Parigi nel Catalogo Devéria, che a suo parere è meno interpolato.

La nostra gratitudine, congiunta a quella del traduttore e quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso del presente resoconto, va al personale di entrambi i musei. È di beneficio soltanto a colui che, Confinato nella necropoli, Rinasce infinite volte nel fiato della verità.

Questo respiro arriva preceduto ogni volta da un pensiero inarticolato, sempre lo stesso; è il mio congedo dalla tirannia dei fatti, delle decisioni, delle conseguenze logiche. Il diaframma rinuncia a governare i polmoni, il cuore si arrende al ritmo del sonno, non sono nè vivo nè morto: mi volto le quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso e corro via.

Se è vero, come dicono, che la poesia imita l'andamento naturale del fiato, il Libro del Respiro andrebbe interamente tradotto nella cadenza sedata del respiro che accompagna quel mio ultimo pensiero elusivo prima del sonno.

Non avevo mai sospettato, prima di incontrare Dalia, che in questa formula fosse celata la musica segreta della respirazione perfetta. Se si fa a meno della punteggiatura, alla maniera dei geroglifici egiziani, queste parole finiscono tutte quante infoltite in una frase dal ritmo indeciso; l'effetto recitativo è l'opposto del rito egizio, che dovrebbe restituire l'armonia della respirazione a chi l'ha perduta.

Dov'è stazionato il Dio? Dov'è il perno dell'universo, rispetto al defunto in caduta libera e all'etere in fuga perenne? Aspiravo, intanto che inalavo l'aria profumata tra le sue labbra, alla ininterrotta vicinanza del suo volto, e del lungo collo che lo completava, e del corpo flessuoso, come di palma, che gli faceva da colonna di sostegno.

Nel Libro del Respiro il simbolo di Dalia è l'airone ad ali spiegate; incapace di posarsi, persino a notte fonda, leva grida stridenti al funerale del fratello, restituisce il dono del respiro al suo cadavere prostrato, e non trova pace se non impregandosi del suo seme Ma sto parlando col senno di poi.

E rimanevo cieco all'evidenza dei nostri volti, perché in essa era negata la barriera di cause ed effetti che ci separa dall'oltretomba. Un istante di torpore, e mi riprendevo bruscamente, affannato, sforzandomi di aggregare i rimasugli sparpagliati di tanti pensieri sfuggenti; ma non potevo discernere la coesione di quei frammenti, né forzarli a rivelare la loro speciale rilevanza nella storia delle nostre due vite. Se tornavo a chiudere gli occhi scorgevo, sepolta in qualche piega segreta della mia memoria, la scena d'un bambino in calzoncini corti e col mio volto che correva nelle braccia d'una donna sconosciuta.

Non ho mai detto nulla a Dalia di questo ricordo incompleto. Quel pomeriggio a Parigi, all'aeroporto Charles de Gaulle, ero l'unico dei passeggeri internazionali che indossasse una mascherina antifumo. Mi preoccupava di venire scambiato per un ambientalista. Ero solo con me stesso. A causa della mascherina, ero sbirciato con sospetto dal personale dell'aeroporto e dalla massa dei fumatori assembrati alle porte d'imbarco.

Guardavo i miei futuri compagni di viaggio sciamare di boutique in boutique, come impegnati in una elaborata cerimonia di separazione dai beni terreni. Dopo 96 ore insonni m'aleggiava nella mente un'apprensione, piuttosto che una premonizione, di estinzione corporea; era un sentimento ridicolo nel carnevale di quel grande aeroporto, ma la foschia delle sigarette, resa spettrale dalla luce delle vetrate, impediva a questo mio stato mentale di dissolversi.

Le voci elettroniche dei comunicati di servizio echeggiavano nella mia testa come una litania funebre, priva d'ogni vestigia d'intonazione umana. Tossicchiavo pure, discretamente, malgrado la protezione della mascherina.

Ma nelle ultime 96 ore non avevo smesso per un attimo di pensare alla morte. Prima di quel viaggio non avevo concepito la morte che come una faccenda d'ordine professionale. Ma quattro giorni prima tutti gli orologi si erano fermati e tutti gli aeroplani avevano preso a mormorare lo stesso lamento soffocato. Il mattino della morte di mia madre avevo fatto carte false pur di presenziare al funerale in Italia; avevo rinviato le mie lezioni alla facoltà di archeologia di Stanford e acquistato, a un prezzo da strozzino, un volo San Francisco-Torino via Parigi.

Al momento di reimbarcarmi, era risultato che mi era stato assegnato un biglietto di classe turistica su un volo diretto a Milano anziché a Torino. Tre giorni di conversazioni desolate… Mi sembrava di essere un uccello di passaggio, intrappolato nel mezzo del tragitto e segregato nella voliera sbagliata. Tre giorni di desolazione, intervallati da due notti insonni e il baratro d'un silenzio insostenibile, nero e denso come catrame.

Per la prima volta in tanti anni avevo mancato la visita di rito al direttore del Museo Egizio in Piazza Carignano.

Sapevo di essere vivo ma a tratti, a lampi, nel crepuscolo fumoso dell'ala riservata alle partenze internazionali del Charles De Gaulle, avevo come l'impressione che la mia scorta di linfe vitali si andasse rapidamente essiccando. Alla Malpensa, quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso ore prima, avevo brigato inutilmente per ottenere un upgrade alla prima classe.

Avrei tanto voluto dormire. Una coincidenza? È quel che ho ritenuto a lungo, nel riflettere sul senso del mio legame quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso Dalia. Ma intanto, a mia insaputa, due mani furtive rimuovevano effettivamente il cuore dal mio petto e ci pompavano dentro tutto l'ossigeno del creato Ma ecco che sono tornato a parlare col senno di poi.

Qual'è la scintilla, il neurotrasmettitore che innesca l'esplosione? Fu due anni dopo quel volo, nel momento in cui, inspiegabilmente, la nostra relazione raggiunse un punto di stallo, che cominciai invece a cercare il conforto di queste spiegazioni. Invece, nel nostro caso, non ci fu offensiva di sorta ma piuttosto un ritrarsi graduale, scaglionato nel tempo.

Non mi riusciva di capire. Per indovinare, dietro la barriera di silenzio che ci separava da diverse settimane, il futuro che si prospettava alla nostra relazione, non potevo che ricorrere alle ragioni del passato. Quello, il nostro passato comune, mi era ben noto: due anni di adulterio metodico, la misteriosa scintilla che li aveva innescati, il segreto dell'attrazione che ci aveva reso spietati ed egoisti a spese degli altri.

Avevo trentasette anni, Dalia trentadue. Erano passati due anni dalla morte di mia madre. Abitavo in un quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso nel cuore di Palo Alto, in un appartamento attiguo a quello dove vivevano Dalia, suo marito Seto, ed il loro bambino, Ayako.

Non me la sentivo di quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso per il momento. Sprecavo interminabili ore solitarie in quella camera, la nostra camera, seduto allo scrittoio tra il letto e la finestra.

La carta rosa da parati si accartocciava sui bordi tra il muro e il battiscopa, sfaldando sotto i miei occhi la risma degli strati di carta da parati cui era stata sbrigativamente sovrapposta dai locatari che mi avevano preceduto. Se mi limitassi a descriverla dalle fotografie, risulterebbe una donna attraente piuttosto alta, snella e con caviglie quasi perfette, i capelli d'un rosso non troppo acceso, e un naso importante e affilato, ereditato dalla madre egiziana.

Una combinazione di dettagli, avevo sovente speculato nel riserbo della nostra intimità, destinata ad eclissare chiunque si fosse trovato a scortarla in pubblico, in un bar, mettiamo, un hotel, o al ristorante. A parte Seto ed Ayako, nessuno ci aveva mai visti insieme. Questo sarebbe comunque un resoconto a due dimensioni, limitato alla mimesi ingannevole di una riproduzione fotografica. La mia esperienza di Dalia era tutt'altra cosa: non mi riusciva di vedere il suo viso in tre dimensioni… Non m'era mai riuscito.

Come molti divi dell'elettronica in Silicon Valley alla fine degli Anni Novanta, Seto era ricco sfondato; prima di sposare Dalia le aveva imposto un contratto prematrimoniale. Eppure il suo volto non potevo dire di averlo visto veramente mai, se non in fotografia; e ora so, col senno di poi, che le fattezze ritratte in quelle foto mentivano.

Come sono cambiate le cose da allora, com'è cambiato il suo volto! Ogni giorno, il mio smarrimento di fronte a Dalia viene smorzato dalla sua vicinanza. Non posso sapere se il volto di Dalia tornerà mai ad apparirmi nei lineamenti inscrutabili con cui mi si mostrava al tempo di cui parlo.

Ma quando, prima di dormire, credo di intravvedere nuovamente quel profilo noto e terrificante, rievocato da una eco nella voce con cui mi augura la buonanotte, avverto di essere a un passo dalla follia. La scorsi di spalle dapprima. Dalle occhiate involontarie che mi lanciava l'assistente di volo, compresi o credetti di comprendere che quella sconosciuta dai capelli rossi stava litigando perché non voleva sedere nella poltrona assegnatale, accanto alla mia.

E la mia reazione, immotivata, fu di correre in bagno a lavarmi i denti. Due anni più tardi, non le avevo ancora rivelato il motivo, egualmente luttuoso, di quel mio viaggio in Italia.

Invece, ero sconvolto dal suo volto! Ma non c'era verso di fissarlo in una fisionomia precisa. Avevo a mia disposizione un volo di dodici ore per farlo, quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso, ma al nostro arrivo a San Francisco, dopo aver alternato qualche fugace sonnellino alle lunghe chiacchierate inconcludenti che finimmo per scambiare, non c'ero ancora riuscito; né ebbi maggior fortuna nei due anni che seguirono.

Quand'ero ancora studente di dottorato, mi erano stati assegnati i rilievi di un minuscolo sito archeologico a sud di Saqqara. Non respirava colla mente quando gli amici la trattenevano fino all'alba a discutere in un bar del centro? E dai bar fumosi del Cairo ho imparato a stare alla larga.

Sono stato sul punto di perdere un pezzo di polmone nella sua graziosa città, sa? Ne coglievo tanti scorci parziali, e ciascuno scorcio sembrava scaturire da un fenomeno ottico diverso.

Poi smettevo di guardarla, quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso mi riscoprivo incapace di assemblarne un'immagine mentale coerente. Distinguevo mille volti diversi nel viso di Dalia, e non c'era nessuno di questi volti infiniti, nessuna di queste facce sensazionali, che non… Ma vedo che è arrivato il momento di fare una precisazione importante.

Il luogo comune vuole che un quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso strepitoso lasci l'osservatore senza fiato; mille volti strepitosi sovrapposti dovrebbero provocare, pertanto, un effetto di soffocamento. Ero suo inquilino da quasi due anni e Dalia non si faceva vedere ormai da più d'un mese. Stavo esaminando gli scritti di Vivant Denon, l'egittologo al seguito dell'armata napoleonica, quando un presentimento oscuro mi fece interrompere la lettura e scendere nel vestibolo dell'appartamento.

Con un lembo della giacca, faceva schermo ad un volume di dimensioni ingombranti. Non appena mi vide, da perfetto idiota, fece un inchino alla giapponese. Nel vedermelo inaspettatamente di fronte, m'era baluginato il sospetto di aver scordato di pagargli l'affitto quel primo del mese. Il mese scorso m'ero limitato a consegnare l'assegno a Dalia, mentr'era qui da me; lei, nascosta sotto le lenzuola, s'era divertita a fare innocenti allusioni alla professione della meretrice.

Mi si rivolgeva sempre con quell'epiteto, "Professor", pronunciato con un accento che si voleva alla tedesca. Avevo l'impressione che ci fosse dietro un tocco di umorismo giapponese, ma non gliene avevo mai domandato conferma.

Lo condussi in cucina e gli offrii un whiskey per prendere tempo. Sapeva qualcosa di me e Dalia? Che Dalia avesse completamente perso la testa e confessato tutto?

Seto colse la direzione del mio sguardo e fece per scusarsi. Quando farò calare il mal di schiena e il respiro affannoso diedi il bicchiere e sedemmo l'uno di fronte all'altro al tavolo della cucina.